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I punti per il sì di Marco Travaglio smontati uno per uno. Ovvero perché votare no al referendum sul taglio del numero dei parlamentari

di Alessandro Francescangeli

Il 20 agosto Marco Travaglio ha pubblicato un editoriale a difesa del sì, rispondendo a una lettera di Alfiero Grandi. In questo articolo si vogliono confutare punto per punto le motivazioni del direttore del Fatto Quotidiano, arrivando all’opposta conclusione: è necessario votare NO al prossimo referendum costituzionale.

1. Combattendo le controriforme di B. e di Renzi, abbiamo sempre detto che la Costituzione non si stravolge per metà o un terzo. Meglio aggiornarla con aggiustamenti chirurgici, nello spirito dell’art.138. Se Renzi si fosse limitato a tagliare i parlamentari (tutti, non solo i senatori) e il Cnel, avrebbe stravinto il referendum anche col mio voto, anzi nessuno si sarebbe sognato di scomodare gli elettori per un esito scontato.

È vero che questa riforma ha il merito di operare una discontinuità nel metodo, più vicino a un’opera di “manutenzione costituzionale” che di stravolgimento. Tuttavia a tale discontinuità di metodo non ne corrisponde una di merito: il taglio dei parlamentari è perfettamente coerente con il disegno e la logica retrostanti ai grandi tentativi di riforma costituzionale (tanto è vero che era previsto in tutte le «controriforme», nonché tra l’altro, come Marco Travaglio ben saprà, nel Piano di rinascita democratica di Licio Gelli). Ecco quindi che da aspetto positivo può trasformarsi in un modo più subdolo e pericoloso di delegittimazione e decostruzione dell’impianto costituzionale: un passo alla volta, nel silenzio dell’opinione pubblica, risulta più facile aggirare gli anticorpi politici e giuridici della Carta (come avvenne per l’introduzione del pareggio di bilancio). È vero, questa non appare una riforma costituzionale di per sé “eversiva”. Ben altri e più pericolosi sono stati i tentativi di revisione in peius, che la nostra Costituzione ha scampato (2006, 2016) o ha purtroppo subito (2001, 2012) solo in questo inizio di millennio. Ma questa riforma va nella stessa direzione (sbagliata) degli altri progetti e, invece di mettere al riparo il nostro sistema costituzionale, lo porta, ancora una volta, più vicino al baratro. 

2. Il “populismo” non c’entra nulla con questa riforma, invocata da molti, specie a sinistra, da oltre 40 anni: simile a quella della commissione Bozzi (1983), identica a quella della bicamerale Iotti-De Mita (‘93), in linea col programma dell’Ulivo (‘96). Il fatto che l’abbiano portata a casa i 5Stelle, con la stragrande maggioranza delle Camere, trasforma in populisti pure Prodi, De Mita, Bozzi e la Iotti? La scena mai vista di un Parlamento che si autoriduce contro gli interessi dei suoi membri e fa risparmiare allo Stato 80-100 milioni all’anno (quasi mezzo miliardo a legislatura) è l’esatto opposto dell’opportunismo. E il miglior antidoto all’anti-parlamentarismo: i cittadini, chiamati da anni a fare sacrifici, apprezzeranno un’istituzione che dà finalmente il buon esempio in casa propria.

Il populismo c’entra eccome, tanto è vero che la maggiore arma di propaganda usata proprio dal M5S è quella della riduzione dei costi della politica. Tale dizione, infatti, sottintende una mistificazione terminologica e quindi concettuale: in una Repubblica democratica, quale è l’Italia, l’unica forma di partecipazione politica accettabile è quella democratica (artt. 1, 49, XII disp. trans. fin. Cost.). Non si tagliano i costi della politica, quindi, si tagliano i costi della democrazia. E che la democrazia debba – obbligatoriamente – avere un costo in termini economici non possiamo metterlo in discussione. Non può essere quindi il risparmio il criterio guida con cui si scrive una costituzione e si riforma l’organo della rappresentanza politica. È poi qui che i mezzi tradiscono i fini: se l’obiettivo dietro lo slogan della lotta alla casta fosse stato quello di ridurre le diseguaglianze tra elettori e eletti – che potrebbe anche avere un suo senso – perché a parità di risparmio pecuniario non si sono diminuiti gli stipendi dei parlamentari? Perché si è scelta la strada di una riforma che aumenta, invece di diminuire, la distanza elettori-eletti, non fosse altro per la necessaria maggiore ampiezza dei collegi elettorali? Perché si è fatta una riforma che, senza correttivi, rischia non di elevarne l’auctoritas, ma di aumentarne il tasso oligarchico dei parlamentari? Perché non si vuole affrontare – anche a livello costituzionale – il problema del come i parlamentari vengano eletti (leggi: legge elettorale), piuttosto che del quanto? Una “casta” – per usare un termine caro ai fautori della riforma – se viene ridotta di numero, e quindi diventa sempre più esclusiva, aumenta la sua componente oligarchica, non la diminuisce.

Che il Parlamento si riduca «contro l’interesse dei suoi membri» è poi vero, ma per ragioni opposte rispetto a quelle apportate da Travaglio. La frase è vera, infatti, se per «interesse» intendiamo quello di esercitare la rappresentanza nel miglior modo possibile. Risulta falsa, invece, se pensiamo a quei membri del Parlamento che formano le élites dei partiti, a quella classe politica che ha partorito la riforma non essendo in grado di dare delle risposte vere alle domande reali dei cittadini e che, diminuendo il numero dei parlamentari, magari si risparmia un po’ di fatica nel formare e selezionare – o meglio ad oggi nel nominare – la propria classe dirigente.

E poi, vien da chiedersi, seguendo la facile retorica di Travaglio, il fatto che l’abbiano portata a casa i 5Stelle, con la stragrande maggioranza delle Camere, trasforma in un democratico Licio Gelli? O forse è importante capire non tanto da chi, ma piuttosto quando, come e perchè alcune riforme vengono proposte.

3. La Carta dei padri costituenti ci azzecca poco con l’attuale numero dei parlamentari, deciso non nel 1948, ma nel ‘63: allora il potere legislativo era esclusiva del Parlamento, oggi molte leggi sono dell’Ue e delle Regioni. Infatti anche altrove, da Londra a Parigi, si progetta di ridurre gli eletti.

La formulazione originaria del testo costituzionale, in vigore dal 1948 al 1963, prevedeva un numero variabile di parlamentari, cioè quello di un deputato ogni ottantamila abitanti e un senatore ogni duecentomila. La ratio che la Costituzione detta appare chiara, attraverso l’esplicita correlazione tra numero di eletti e numero di elettori: non è una questione di numeri (né di costi), è una questione di rappresentanza quella che deve guidare alla definizione della composizione del Parlamento. La riforma del 1963 ha portato, rendendo implicito tale criterio, ai numeri fissi attuali che, rapportati alla cittadinanza di oggi, danno le seguenti proporzioni: un deputato ogni 96 000 abitanti circa e un senatore elettivo (escludendo i senatori a vita e i Presidenti della Repubblica emeriti) ogni 192 000 abitanti circa. Un dato assolutamente in linea con il dettato costituzionale originario.   

A ragione si evidenzia una crisi della funzione legislativa del Parlamento, ma in che termini una riduzione dovrebbe invertire la tendenza e non incidere negativamente sull’assicurare la rappresentanza politica pluralista nel luogo di composizione pacifica e democratica del conflitto sociale? E che qualcuno altrove (e poi chi? quali forze?) progetti di ridurre il numero dei rappresentanti, per quale motivo dovrebbe implicare che anche noi dovremmo farlo? Visto che in Italia, come dice Travaglio, abbiamo tentato negli ultimi vent’anni di stravolgere la Costituzione, era giusto che a Londra e Parigi ci prendessero come esempio?

4. È vero: il Parlamento è stato trasformato dalle ultime tre leggi elettorali e da troppi decreti e fiducie in un’assemblea di yesman (peraltro volontari). Ma non dipende dal loro numero: se non cambiano la legge elettorale e i regolamenti, resteranno yesman sia in 945 sia in 600. Anzi, il taglio impone una nuova legge elettorale che, si spera, cancellerà la vergogna delle liste bloccate e ridarà potere, dignità e autorevolezza ai singoli parlamentari. Più rappresentativi, riconoscibili, responsabilizzati e un po’ meno inclini a votare Ruby nipote di Mubarak o a chiedere il bonus-povertà.

Qui Travaglio ha assolutamente ragione: il fatto che la funzione rappresentativa sia minata da un Parlamento di nominati «non dipende dal loro numero». A quale scopo quindi alterarlo? Il fatto che la riforma «imponga» una legge elettorale (in senso proporzionale, si presume) non è per nulla positivo: vogliamo lasciare all’alternanza delle maggioranze di governo (la legge elettorale è una legge ordinaria), che di leggi elettorali incostituzionali ne ha recentemente prodotte almeno due, la facoltà di relegare sempre di più le minoranze e la rappresentanza fuori dal Parlamento? L’unico effetto sicuro della riforma sarà quello esacerbare le «vergogne» dell’attuale legge elettorale, non di ridurle.

5. Ridurre i parlamentari – come ha deciso 4 volte il Parlamento, non i suoi nemici, con maggioranze oceaniche (all’ultima lettura 553 Sì, 14 No e 2 astenuti) – non implica affatto il “superamento del Parlamento” (che certo non vuole il M5S, essendovi il gruppo più numeroso) né il “presidenzialismo” (che vuole solo Salvini, isolato da tutti gli altri, inclusa FI). Ma proprio un “rilancio del Parlamento” che, diventando meno pletorico, sarà più credibile, efficiente e funzionale perché composto da eletti meno indistinti e dunque più forti, autonomi e autorevoli. Difendere un’assemblea-monstre di quasi mille persone, di cui un terzo diserta una votazione su tre, due terzi non ricoprono alcun ruolo e solo il 10% assomma più di un incarico, è ridicolo.

Se l’obiettivo della maggioranza che ha portato alla riduzione dei parlamentari fosse stato il «rilancio del Parlamento», si sarebbe cominciato con l’aggredire le vere problematiche che lo impediscono e, solo in ultima istanza e come extrema ratio, si sarebbe posto il problema di modificare la Costituzione. In tal modo si crea soltanto un Parlamento più influenzato – rispetto ad oggi – dalle élites partito, e da poteri non democratici. Non avremo un Parlamento più autorevole, ma un Parlamento più – uso un termine oggi di moda – etero-diretto. Che il Parlamento possa prendere decisioni contro il suo ruolo e diventare nemico di sé stesso, vista la situazione politica attuale, non deve poi stupire un gran che.

Inoltre, dietro efficienza e funzionalità si nasconde la logica della governabilità. Essa, quando prescinde da una mera esigenza di composizione di una maggioranza parlamentare (e in questi termini è anche considerabile un valore), è antitetica rispetto a quella democratica. Dietro tale parola, infatti, «si indica l’esigenza che la società sia resa, per quanto possibile, una superficie tutta piana, dove non si incontrano ostacoli e resistenze, su cui possano planare le misure finanziarie e (anti)sociali necessarie per garantire la sopravvivenza del quadro economico e degli interessi che vi si muovono» (Zagrebelsky).

6. È falso che la riforma faccia dell’Italia il Paese con meno eletti in rapporti agli elettori. L’unica altra democrazia a bicameralismo paritario ed elettivo sono gli Usa: hanno il sestuplo dei nostri abitanti e un Congresso con 535 fra deputati e senatori (65 meno del nostro Parlamento post-taglio), che mai si sono sentiti deboli perché pochi, anzi. Sulle altre democrazie, il confronto va fatto solo con le Camere basse elette direttamente: Camera dei Comuni britannica (630 eletti contro i nostri 600, ma con 6 milioni di abitanti in più); Bundestag tedesco (709, ma con 20 milioni in più); Assemblée Nationale francese (577, ma con 7 milioni in più). Dopo il taglio l’Italia avrebbe 1 parlamentare ogni 85 mila elettori, contro una media di 1 su 190 mila delle democrazie con più di 30milioni di abitanti.

Il dato comparato è sempre un dato da prendere “con le pinze”, senza buttarsi in facili comparazioni numeriche irrispettose della scienza politica, di quella giuridica e delle forme di stato e di governo. Ciò detto, è una palese mistificazione, come fa Travaglio, confrontare la somma di due camere (Camera e Senato italiani) con quella di una sola camera degli altri Stati. Il bicameralismo perfetto non c’entra nulla. Infatti, essendo gli eletti spartiti appunto tra due camere, i collegi (e quindi il numero elettori-eletti) sono molto più grandi! Non è infatti uguale, per la rappresentanza, avere gli eletti in una o in due camere. Ragioniamo per assurdo e semplifichiamo i calcoli: se ci sono 50 milioni di aventi diritto al voto e una camera di 500 eletti avremmo dei collegi da 100mila votanti. Se le camere fossero due (e di pari numero) la dimensione dei collegi sarebbe di 200mila e così via: servirebbe il doppio delle persone per eleggere un parlamentare e più persone ci vogliono, più il parlamentare è distante dai singoli territori. Non è quindi il numero totale degli eletti di tutte le camere a essere determinante, ma è la larghezza dei singoli collegi. Se no, potremmo tranquillamente inserire nel calcolo anche i nostri rappresentanti in consiglio comunale, regionale, scolastico, ecc.

L’unico dato comparativo dotato di un senso è quello che confronta una sola camera. Possiamo tentare di leggere tali dati nel contesto europeo. Confrontando le camere basse dei vari paesi, di modo da poter confrontare anche quei paesi a struttura parlamentare monocamerale, ovvero quelli dove la camera alta ha una elettività indiretta o differenziata (si pensi al Bundesrat tedesco), vediamo che attualmente l’Italia ha un tasso di parlamentari per centomila abitanti pari a 1, in linea con il Regno Unito (1), Francia (0,9), Germania (0,9), ai Paesi Bassi (0,9), e già inferiore a tutti gli altri stati dell’Unione Europea: dalla Polonia (1,2), al Belgio (1,3), all’Austria (2,1), al Portogallo (2,2), fino ad arrivare, in un crescendo, ai piccoli Lussemburgo (10), Malta (14,3), segno quest’ultimi dell’impossibilità di scendere sotto un determinato numero di parlamentari nemmeno negli stati meno popolosi, pena il malfunzionamento dell’organo stesso. La riforma porterebbe il rapporto eletti/elettori a 0,7, il più basso di tutta Europa, scendendo addirittura sotto la Spagna (0,8), paese attualmente con il rapporto minore.

Dati del Dossier del Servizio studi di Camera e Senato a riguardo

7. Dire che il taglio “renderà difficile funzionamento e ruolo” delle Camere è un nonsense: l’efficienza di un’assemblea è inversamente proporzionale al numero dei suoi membri.

Certo, una camera composta da un solo parlamentare sarebbe molto efficiente nel prendere decisioni. Travaglio ignora, o finge di ignorare, che quando Alfiero Grandi si riferisce a «funzionamento e ruolo» non intende certo riferirsi al prendere (o ratificare) decisioni, ma all’esercizio della funzione legislativa assicurando la rappresentanza politica e il dibattito pluralista. Ecco quindi, che ridurre il numero dei parlamentari potrebbe rendere magari il Parlamento più efficiente, ma più difficile il suo funzionamento e ruolo per come assegnatogli dalla Costituzione.

E affermare che “sarà impossibile la proporzionalità al Senato in 9 Regioni”, “tanti territori saranno sottorappresentati” e avremo solo 3 o 4 partiti significa nascondere agli elettori che la maggioranza s’è impegnata, nel rifare i collegi dopo il taglio, a evitare quelle storture: per esempio, superando la base regionale del Senato che consentirà circoscrizioni pluri-regionali, a vantaggio delle Regioni più piccole e dei partiti minori.

Nella ridefinizione dei collegi per quanto la maggioranza possa essersi impegnata (ed era il minimo che potesse fare, esercitando il potere di revisione costituzionale) rimangono delle storture notevoli, ad esempio il peso eccessivo del Trentino-Alto Adige (che passerà da 7 a 6 senatori) rispetto ad altre Regioni, come l’Umbria e la Basilicata (che passeranno da 7 a 3). Poi certo, al peggio non c’è mai fine e anche la definizione dei collegi poteva essere deteriore: ma secondo quale logica ne dovrebbe derivare la bontà della riduzione del numero dei parlamentari?

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